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Padre Alex Zanotelli

By admin | gennaio 25, 2008

Padre Alex Zanotelli

Padre Alex è un missionario comboniano, amico e fratello, con il quale ho condiviso alcuni anni preziosi della mia vita missionaria in Kenya, dal febbraio 1991. Avevo ammirato la sua tenace ricerca di strade nuove della Missione, già negli anni ’80, quando Alex dirigeva la Rivista Nigrizia e affrontava senza paura temi fino allora ritenuti scabrosi e tabù. Allontanato da Nigrizia aveva scelto di lavorare nelle periferie di Nairobi, nella baraccopoli di Korogocho. Saputo che la sua scelta rischiava di fallire per l’ostilità dei capi e la mancanza di un compagno di cammino, ho chiesto ed ottenuto di lasciare la Missione dello Zaire e di raggiungerlo a Korogocho. Sono stati anni intensi e belli. Le sue lettere sono forti provocazioni per tutti. Alcune saranno presentate in questa sezione “Amici”; tante altre le trovate insieme con quelle d’altri fantastici missionari, sul link del nostro sito: www.giovaniemissione.it nel settore: Testimoni – Lettera dalla Missione.

Bibliografia

Lettera: Napoli, 1 ottobre 2009

Lettera: Napoli, gennaio 2008 

Napoli, 1 Ottobre 2009

SINODO AFRICANO…
                                     …..  E NOI ITALIANI?

Il ‘Sinodo Africano’ che sta per iniziare, è un evento importante non solo per l’Africa, ma anche per noi italiani, per riflettere sui nostri rapporti con il continente che ci è più prossimo.
A Roma apre ora la seconda assemblea speciale per l’Africa (4-25 ottobre 2009). La prima assemblea si era svolta dal 10 aprile all’8 maggio del 1994, sempre a Roma. La Chiesa in Africa aveva chiesto un Concilio, ed invece ha avuto un Sinodo. Tanti avevano chiesto che quell’assemblea si tenesse in Africa (il contesto è fondamentale!) ed invece è di nuovo, dopo 15 anni, convocato a Roma.
L’assise dei vescovi africani affronterà il tema: ”La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”, che è anche il titolo dell’Instrumentum Laboris (Strumento di lavoro) che raccoglie i desiderata delle chiese locali in Africa. Questo documento è un buon strumento di lavoro da cui partire. Toccherà ora ai vescovi sinodali far sentire il grido dell’Africa. “L’Assemblea  Sinodale- così dice il documento preparatorio- dovrebbe far sentire il grido dei poveri, delle minoranze, delle donne offese nella loro dignità, degli emarginati, dei lavoratori mal pagati, dei rifugiati, dei migranti, dei prigionieri…”
Dato che il Sinodo si tiene a Roma può essere una buona occasione per noi cittadini italiani e per la chiesa in Italia per affrontare alcuni nodi fondamentali fra il nostro paese e l’Africa.

AFRICA, LA NOSTRA MADRE
Oggi le ricerche sul DNA ci dicono a chiare lettere che tutti noi discendiamo da un’unica ‘coppia’ che gli scienziati collocano nell’Africa Orientale. L’Africa è quindi la nostra Madre. Come  possiamo accettare che la Madre venga così crudelmente violentata? L’Africa ha subito la violenza inaudita dello schiavismo sia europeo come arabo, per ben tre secoli, di un colonialismo brutale e di un neo-liberismo che l’ha spolpata fino all’osso. La ricchezza del suo sottosuolo è la sua maledizione. Un continente ricchissimo (uranio,oro, petrolio, coltan…), ma che oggi rappresenta l’1% del prodotto mondiale lordo. Terre agricole splendide che potrebbero sfamare il mondo ed invece è proprio l’Africa a far la fame! Nel suo ultimo rapporto la FAO afferma che di un miliardo di affamati al mondo, ben un terzo si trova in Africa.
Se l’Africa è la ‘madre’ di tutti i popoli, perché questo razzismo di ritorno verso la ‘razza nera’? Perché è così radicato da noi questo disprezzo e rifiuto del ‘nero’? Fino a quando continueremo a parlare di ‘razza’? Non siamo un’unica razza umana?

UN PASSATO COLONIALE
E’ fondamentale come italiani iniziare ad assumerci le nostre responsabilità  in questa tormentata storia del continente. Dobbiamo ancora riconoscere i misfatti dei nostri interventi coloniali in Eritrea, Libia, Somalia ed Etiopia. Le ricerche del noto storico Angelo Del Boca ci hanno aiutato a conoscere quanto sia stata spietata la conquista e la colonizzazione di quelle terre. Dobbiamo ancora riconoscere i massacri compiuti in Libia (almeno centomila i morti!) e in Etiopia (dove è ormai accertato che abbiamo usato i gas nervini su un esercito in fuga!). Dobbiamo riconoscere finalmente la nostra brutalità in terre d’Africa e sfatare il mito del”buon colonialismo italiano”. E dobbiamo anche riconoscere i guai che la nostra politica ha combinato in quelle nazioni dopo la loro indipendenza, in particolare nel Corno d’Africa, dove abbiamo perseguito solo gli interessi delle nostre  compagnie. Particolarmente evidente nella spartizione affaristica di quella regione fra la Democrazia Cristiana (Etiopia) e il Partito Socialista di Craxi (Somalia). Il disastro odierno della Somalia, straziata da spaventose lotte fratricide, è in parte responsabilità nostra.
Sappiamo oggi quanta corruzione abbiamo esportato in un paese governato dal già corrotto regime di Siad Barre, che abbiamo poi riempito di armi e di rifiuti tossici (ora iniziamo lentamente a venire a conoscenza di questi traffici!) La morte di Ilaria Alpi (ancora senza spiegazioni, anche se sappiamo perché è stata uccisa!) è lì a ricordarci tutto questo.

UN PRESENTE NEOCOLONIALISTA
Che cosa dire poi dell’attuale politica estera italiana nei confronti dell’Africa? Mi sembra che non esista alcuna politica seria nei confronti del continente se non quella degli affari. Siamo diventati gli amici dei peggiori dittatori d’Africa da Gheddafi (Libia) a Afeworki (Eritrea), da Bashir (Sudan) a Ben Ali (Tunisia). Sono sempre gli affari che, generalmente, dettano la nostra politica estera.
Un esempio lampante è l’ENI, (al 30% è dello Stato Italiano) che sta provocando un vero disastro ecologico nel Delta del Niger. L’ENI estrae 152.000 barili di petrolio al giorno, pari a sette milioni di euro al giorno! E allo stesso tempo ricorre al ‘gas flaring’ che consiste nel bruciare il gas in torcia che contribuisce a fare della Nigeria il primo paese al mondo per le emissioni di CO2; distrugge l’ecosistema nel Delta del Niger e viola i diritti umani ed economici delle popolazioni indigene. Tutte le proteste fatte sono finite nel nulla. Abbiamo chiesto  con insistenza, durante il governo Prodi, che una delegazione interpartitica visitasse con i media quella regione. Nulla da fare!
Blocco da parte della Farnesina! Eppure chiediamo solo che la nostra politica energetica nel delta del Niger sia di cooperazione e non di depredazione.

UNA COOPERAZIONE AFFARISTICA
Altro aspetto preoccupante è il calo costante da parte dei nostri governi di destra e di sinistra, dei fondi per la cooperazione internazionale. Purtroppo la nostra esperienza in questo campo è stata piuttosto deludente, dalla mala-cooperazione degli anni ottanta e novanta fino alla gestione affaristica del governo Berlusconi.
L’ultima finanziaria ha nettamente tagliato i fondi della cooperazione internazionale e il sostegno alle iniziative di lotta alla povertà, portandoli alla miserabile cifra di 320 milioni di euro, meno dello 0,1%, l’equivalente di una giornata di guerra in Iraq per le truppe americane. Nel 2011 saranno 215 milioni!  Mai così scarsi. Dimezzati i paesi in cui si effettueranno interventi. Roma poi, vorrebbe privilegiare  quegli stati che collaborano nella lotta ai flussi migratori. Il governo Berlusconi spinge per valorizzare il ruolo delle imprese private in Africa. E’ così che la rivista Nigrizia valuta l’attuale cooperazione italiana.
“L’Italia di Berlusconi-, scrive giustamente R. Salinari presidente di Terre des hommes- che aveva promesso nel tragico G8 di Genova ben l’1% del Pil per un nuovo “Piano Marshall” per l’Africa, batte tutti con l’ultimo posto tra i donatori industrializzati e quel che è peggio, senza che voci autorevoli e qualificate del ‘governo ombra’ si siano alzate in difesa degli impegni internazionali. E pensare che l’Italia dovrebbe arrivare al fatidico 0,7% in ottemperanza agli impegni presi in sede ONU.” L’Italia è inadempiente anche per il pagamento delle quote del Fondo di lotta all’Aids, Tbc e malaria. Il governo Berlusconi non ha mantenuto nessuna delle promesse fatte ai vari G8, ultimo quello del L’Aquila, dove, dopo la lettera di Benedetto XVI sull’Africa, aveva fatto mirabolanti promesse.

UN DEBITO DA CANCELLARE
Nel contesto della cooperazione, un capitolo importante è quello del debito. Per il giubileo del 2000 è nato anche in Italia un forte movimento (sostenuto anche dalla Chiesa italiana) per il condono del debito con i paesi impoveriti, che ha portato a un’ottima legge, la 209 del 25 luglio (una delle più belle a livello mondiale). Questa legge, approvata da tutti i partiti, prevedeva il totale condono del debito entro tre anni. Purtroppo, a distanza di 10 anni, molto rimane ancora da fare. (Positive le due esperienze promosse dalla CEI in Zambia e Guinea-Conakry). Due articoli  di quella legge non sono mai stati applicati: l’art.5, che permette la cancellazione del debito dei paesi che vengono colpiti da disastri naturali come lo tsunami (2005) e l’importante art.7 di quella legge. Questo articolo  prevede che il governo italiano si attivi al fine di ottenere una risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU, affinché la Corte Internazionale di Giustizia dia un parere consultivo nel quadro giuridico relativo al debito estero. Tale disposizione è rimasta inapplicata di fronte a un’Africa che  geme sotto il peso del debito pagato dai poveri (un ”debito odioso” perché, in buona parte contratto da regimi dittatoriali e quindi, illegittimo). Infatti il debito estero dell’Africa Sub -sahariana  si aggira oggi sui 230 miliardi di dollari, per cui nel 2001 è stato pagato in interessi, il valore di 21 miliardi di dollari e nel 2006 il valore di 23 miliardi. E’ un peso enorme, pagato dai poveri con mancanza di scuole, ospedali, medicine. “E’ immorale per noi- diceva l’allora presidente della Tanzania J. Nyerere (del quale è stata introdotta la causa di beatificazione)-pagare il debito!” A cui fece eco l’allora presidente del Burkina Faso, T. Sankara: “Se paghiamo, saremo noi a morire!” I governi dei G-20 hanno trovato qualcosa come 6-7 mila miliardi di dollari per salvare le loro banche e non riescono a trovare i soldi per il condono del debito dell’Africa.

NO AI BIO-CARBURANTI
Sempre in campo economico, è grave la scelta politica italiana in favore dei biocarburanti e degli OGM.
Quella dei biocarburanti è una decisione politica degli USA e dei paesi industrializzati per ottenere etanolo dai prodotti agricoli, in particolare dal mais, soya, olio di palma e così rispondere alla grave crisi energetica. Ed è la politica anche dei governi italiani, di sinistra come di destra.”E’ un crimine contro l’umanità, “l’ha definito Jean Ziegler, l’inviato speciale dell’ONU  per il diritto al cibo. Infatti questa politica porterà a una diminuzione del cibo e a un rialzo dei prezzi e così a sempre più fame. Un consorzio africano sta mettendo a disposizione 379 milioni di ettari in 15 nazioni per i cosidetti biocarburanti, sostiene uno dei più prestigiosi esperti internazionali, Raj Patel. L’Unione Europea e l’Italia si sono lanciate su questo promettente terreno che purtroppo porterà a sempre più fame in Africa.
Ed infatti la FAO ha recentemente invitato i paesi ricchi a “rivedere le politiche e i sussidi relativi alla produzione di biocombustibili. Una marcia indietro indispensabile per mantenere l’obiettivo della sicurezza alimentare, per promuovere lo sviluppo rurale e assicurare la sostenibilità ambientale”.

LA CONDANNA DEGLI OGM
Altra politica sbagliata, in campo agricolo, è quella di promuovere i cosidetti OGM (Organismi Geneticamente Modificati), con il presupposto che questi risolverebbero il problema della fame come era stato detto della ’Rivoluzione Verde’ degli anni settanta in India. Dietro a questa politica ci stanno le grandi multinazionali dell’agribusiness, la Monsanto, Syngenta, Unilever, Du Pont… che sostengono la Nuova Rivoluzione verde per diffondere la bioingegneria delle sementi.
Spesso questo passa sotto forma di “buone azioni” (pubblicizzate con milioni di euro!) da parte anche di multinazionali nostrane come l’ENI con il suo “Green River Project”, che attraverso il NAOC (Nigerian Agip Oil Company) ha erogato dal 1987, sotto forma di ‘aiuti’ alle comunità locali,17 milioni di euro che includono la “produzione e distribuzione di semi resistenti alle malattie e allo stress ambientale”.
Anche in Africa si è sviluppato tutto un dibattito a questo riguardo che ha portato, per esempio,un paese come  lo Zambia, stremato dalla fame nel 2002, a rifiutare il grano dato dagli USA, perché “geneticamente modificato”. Questo con grande scandalo dell’occidente.
La Conferenza Episcopale sudafricana nel 2000, si era espressa con un documento in cui metteva in guardia il governo sudafricano sugli OGM, proprio partendo dal principio di precauzione. Questo dibattito e la susseguente riflessione delle chiese in Africa, hanno portato alla prima seria condanna degli OGM, proprio nell’Instrumentum Laboris del Sinodo “Questa tecnica rischia di rovinare i piccoli coltivatori e di sopprimere le loro semine tradizionali, rendendoli dipendenti dalle società produttrici di OGM.”(n.58) E poi aggiunge:” La campagna di semina di organismi geneticamente modificati (OGM), che pretende di assicurare la sicurezza alimentare, non deve far ignorare i vari problemi degli agricoltori: la mancanza di terra arabile, di acqua, di energia, di accesso al credito di formazione agricola, di mercati locali, infrastrutture stradali …”(n. 58)

LADRI DI TERRE
E sempre in campo agricolo sta ora scoppiando l’incredibile scempio di grandi compagnie e multinazionali che stanno accaparrandosi larghe fette di terre agricole nell’Africa sub sahariana. Pare sia stata la grande fiammata dei prezzi alimentari tra il 2007 e il 2008 a spingere i paesi ricchi ad accaparrarsi le terre coltivabili, specialmente in Africa. Diversi paesi africani stanno dando via grandi estensioni di terra coltivabile , quasi gratis, in cambio di pressoché nulla, salvo vaghe promesse di investimenti e di posti di lavoro. Ciò sta avvenendo in Etiopia, Ghana, Mali e Sudan, Mozambico e Tanzania. Il caso più eclatante è stato quello del Madagascar dove la multinazionale sudcoreana Daewoo ha cercato di acquisire una grande estensione di terreno, provocando proteste popolari che hanno sbalzato via lo stesso presidente in carica. Questo significherà sempre più fame e miseria per un continente già prostrato: è un’altra forma di neo-colonialismo. E l’Instrumentum Laboris lo denuncia con chiarezza: “Le multinazionali acquistano migliaia di ettari espropriando le popolazioni dalle loro terre con la complicità dei dirigenti africani.”(n.28)

ARMI IN ABBONDANZA
Tutta questa politica neo-coloniale in Africa è possibile proprio perché la controlliamo militarmente e vi esportiamo enormi quantità di armi, che sono la causa di così tanti conflitti e guerre. E l’Italia gioca un ruolo importante su tutti i due versanti. L’industria italiana delle armi è una delle più fiorenti: siamo all’ottavo posto al mondo per armi pesanti e al secondo posto per le armi leggere, le più pericolose, le più letali. Esportiamo armi pesanti in Nigeria, Libia, Sudan, Uganda, Congo, Sudafrica, Tunisia. In parecchie di queste nazioni i diritti umani sono violati e calpestati! Questo viola la legge 185/90 (frutto di lunghe lotte della società civile negli anni ’80!)  che vieta la vendita di sistemi  di armi pesanti a paesi in guerra, o dove i diritti umani sono calpestati. Ma sono le armi leggere quelle che uccidono di più nei conflitti africani e su queste non c’è nessuna legge a disciplinarne l’uso.
L’Africa è diventata così il continente dei conflitti con milioni di morti! La guerra in Congo è costata la vita a quattro milioni di persone. E non è finita!
L’Instrumentum Laboris stigmatizza così questa follia “In connivenza con uomini e donne del continente africano, forze internazionali… fomentano le guerre per la vendita delle armi”.(n.12) E in tutto questo, l’Italia ha gravi responsabilità.
AFRI.COM Non solo l’Italia esporta armi, ma presta il suo suolo agli USA per tenere militarmente in pugno l’Africa. Infatti lo scorso anno l’Italia ha dato ospitalità ad AFRI.COM, il Supremo Comando unificato americano per l’Africa.
Suo scopo fondamentale, oltre combattere i terroristi, è la ricognizione di nuove fonti energetiche, la protezione degli interessi americani in Africa e il contrasto all’offensiva cinese del continente. Tutti i paesi africani si sono rifiutati di ospitare AFRI.COM. Perfino la Spagna di Zapatero si è rifiutata!
Invece il governo Berlusconi ha subito accettato l’offerta USA. Così AFRI.COM ha ora in Italia due sotto-comandi: lo U.S. ARMY AFRICA con il quartiere generale a Vicenza dove risiede la 173° brigata aerotrasportata e l’AFRICA PARTNERSHIP STAT (per la dislocazione di nave da guerra lungo le coste d’Africa) a Napoli. AFRI.COM  fa leva sulle élite militari africane per portare il maggior numero di paesi africani nella sfera di influenza americana. “La creazione da parte degli USA di AFRI.COM- dice giustamente il nigeriano Paul Adujie- dovrebbe essere visto per quello che è: un’armada di protezione per gli USA e i suoi alleati, e non per la sicurezza dell’Africa!” Il popolo italiano dovrà pur farsi alcune domande importanti: in quale sede e con quali procedure è stata presa questa decisione di importanza strategica? Il Parlamento non ne ha mai discusso. L’opposizione  ha qualcosa da dire in merito?

EPA OVVERO COME AFFAMARE L’AFRICA
AFRI.COM protegge militarmente la penetrazione economica americana in Africa tramite l’AGOA ( Africa Growth  and Opportunity Act- Legge per l’opportunità e crescita dell’Africa). L’Agoa è stata  lanciata nel 2000 dal presidente Clinton per attirare nella sua orbita economica il continente nero. L’Unione Europea non è da meno con la sua strategia degli EPA (Economic Partnership Agreement), Accordi di Partenariato economico. Questi accordi sostituiscono gli accordi di Lomé e Cotonou che per 40 anni hanno retto le relazioni economiche fra UE e Africa. Ora la UE, sotto la spinta del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) vuole sostituirli con gli accordi EPA che andranno a cancellare il sistema di regole preferenziali commerciali. La politica del WTO è che il pianeta è retto da unico mercato e che non ci possono essere eccezioni o privilegi per i paesi impoveriti. Con gli EPA infatti le nazioni africane sono costrette a togliere sia i dazi che le tariffe (sono i quasi unici proventi dei governi dei paesi impoveriti!) oltre ad aprire i loro mercati alla concorrenza.
La conseguenza  è chiara: l’agricoltura europea (sorretta da 50 miliardi di euro all’anno!) potrà svendere i propri prodotti sui mercati africani. I contadini africani (l’Africa, che è al 70% un continente agricolo!) non potranno competere con i prezzi degli agricoltori europei. E sarà ancora più fame! (Gli EPA chiedono inoltre  all’Africa anche, sostanziali impegni per i servizi, come l’acqua e i diritti di proprietà intellettuale !). La UE (e l’Italia ne è parte!) non ha voluto ascoltare il grido dei contadini africani (molto vociferi e organizzati quelli dell’africa occidentale !) e sotto la guida del Commissario al Commercio, l’inflessibile Mandelson, ha fatto di tutto per far firmare i sei gruppi di nazioni del ACP( Africa Caraibi-Pacifico) entro il 31 dicembre 2007.
In barba all’opposizione  sia in Africa  che in Europa. A tutt’oggi, solo 40 nazioni su 76 hanno firmato l’accordo. E questo è già una bella vittoria! Molte nazioni hanno firmato accordi ad interim, altre hanno firmato singolarmente, spaccando così, purtroppo, i gruppi regionali che stanno cercando di costruire reti economiche regionali. “L’Africa è una e indivisibile,- ha detto Hima Fatimatou della Piattaforma contadina del Niger- bisogna evitare di mettere un paese contro l’altro all’interno della stessa regione; altrimenti gli unici risultati saranno ulteriori divisioni con un costo altissimo per la popolazione rurale e per l’industria africana!” Purtroppo  la frittata è fatta! “Noi diciamo no agli EPA- ha detto il sudafricano Makombe- perché abbiamo avuto altre esperienze dei Programmi di Aggiustamento Strutturale nel 1980 per i paesi poveri e sappiamo quali devastazioni hanno prodotto! Visti dall’Africa, gli EPA non sono altro che una nuova colonizzazione.” L’Instrumentum Laboris  gli fa eco: ”I programmi di ristrutturazione delle economie africane, proposti dalle istituzioni finanziarie internazionali si sono rivelati funesti. Le ristrutturazioni “imposte” hanno comportato, da una parte, l’indebolimento delle economie africane, dall’altra, il degrado del tessuto sociale con aumento, di conseguenza, del tasso di criminalità, l’allargamento del divario tra i ricchi e poveri, l’esodo dalle zone rurali e la sovrappopolazione delle città.” (n.26) E non è solo il disastro economico, ma siamo oggi davanti ad un altro disastro, che è quello climatico. Il continente nero sarà quello che  pagherà, più degli altri, la crisi climatica. Sono sempre i poveri a pagare i disastri dei ricchi!
L’Africa che meno ha contribuito, con le emissioni di gas serra, alla crisi ecologica, sarà quella che ne pagherà di più le conseguenze, con milioni e milioni di rifugiati climatici.

CONTINENTE IN FUGA
Ed è proprio questo disastro  che forza centinaia di migliaia di uomini e donne ad emigrare. E’ un grande esodo!Dall’Africa nera verso l’Europa, attraverso quel terribile deserto del Sahara. I fuggiaschi dalle spaventose  situazioni dell’Africa orientale, si dirigono verso la Libia via Khartoum (Sudan), i fuggiaschi dell’Africa centrale tentano di arrivare in Libia via Agadez (Niger).
Migliaia di morti! E chi raggiunge la Libia, lo aspetta una vita d’inferno per pagarsi il viaggio (3-4 mila euro) sulle zattere del mare! In questo mare infatti, secondo la stima del giornalista G. Visetti, sono morti dal 2002 al 2008, 42 mila uomini; una media di 30 al giorno! (Senza dimenticare quelli che muoiono, almeno 4-5mila all’anno, attraversando l’Atlantico per arrivare alle Isole Canarie e poi in Spagna e Portogallo!) E’ questo il più grande genocidio europeo dopo quello della Shoah! Sono per noi esseri inutili al ‘Sistema’, sono in più, non servono al mercato. Dopo i trattati firmati con la Libia di Gheddafi (5/01/ 2009) e con la Tunisia di Ben Ali (29/01/2009), il governo italiano sta tentando di bloccare l’immigrazione clandestina. E’ ora iniziata l’era dei respingimenti, (l’orrore di quei 73 eritrei lasciati morire nel Mediterraneo!), quei barconi rispediti in Libia, ben sapendo che molti di loro hanno il diritto all’asilo politico. Perfino l’ONU ha condannato l’Italia, accusata di respingere questi gommoni come se portassero “rifiuti tossici”!! Aminata Traoré, ex ministro del Mali, ha affermato al Forum Mondiale Sociale di Nairobi:” I mezzi umani, finanziari e tecnologici che l’Europa dispiega contro i flussi migratori africani, sono di fatto, quelli di una guerra in tutto e per tutto tra questa potenza mondiale e i giovani rurali ed urbani, senza difesa.”

IL DIRITTO DI EMIGRARE
Tutto questo grazie alla solerzia del ministro Maroni che ha detto che bisogna essere ‘cattivi’ con gli immigrati . E il suo “Pacchetto Sicurezza” è la cattiveria trasformata in legge, come ha affermato ‘Famiglia Cristiana’. La gravità di questa legge sta nel fatto che il clandestino diventa ora criminale.
La legge prevede, fra l’altro,la tassa sul permesso di soggiorno (500 euro), le ‘ronde’, restringimenti sui matrimoni misti e sui ricongiungimenti familiari, detenzione di 6 mesi nei CIE (Centri di identificazione ed Espulsione), e il carcere fino a 4 anni per gli irregolari che non rispettano l’ordine di espulsione. Questa è una legislazione da apartheid! Sono leggi razziste e razziali! “Con l’introduzione del reato di immigrazione irregolare,infatti- afferma il noto giurista Livio Pepino- si prosegue nella impostazione di punire non un fatto, ma una condizione personale; è, secondo un’accurata definizione, il migrante che diventa reato.”Eppure il diritto  di emigrare è il più antico dei diritti naturali, afferma Luigi Ferrajoli. La criminalizzazione degli immigrati ha creato una nuova figura:quella della persona illegale,fuori- legge solo perché tale, non persona perché priva di diritti e perciò esposta a qualunque tipo di vessazioni, destinata a generare un nuovo proletariato discriminato giuridicamente.”

IL GRIDO DELL’UOMO AFRICANO
E’ questa la risposta del popolo italiano al clamore dei popoli africani? E’ questa la risposta dei cristiani italiani al grido di sofferenza del Cristo Crocifisso oggi? L’Africa è oggi l’immagine viva del Servo Sofferente, del Cristo Crocifisso: è un continente crocifisso, che ci interpella direttamente come Chiesa universale e Chiesa italiana. Ed è questo l’invito pressante che ci viene dai teologi africani, in particolare dal grande teologo camerunense, l’autore di: “Le cri de l’homme  africaine”, J. Marc Ela  “Può esser che il Cristo – si chiede J.Marc Ela nel suo capolavoro  Répenser la théologie africaine- è oggi l’africano nella misura in cui i poveri e gli sfruttati sono i volti di  Gesù di Nazareth? Allora bisogna lasciar parlare il Cristo  in Africa, comprendere le sue scelte e le sue prese di posizione, la sua fede e il suo messaggio in un continente  dove la miseria e la repressione, l’angoscia, le ingiustizie sono estreme. Nel profondo dell’Africa, i cristiani sono chiamati a fare memoria del Crocifisso a partire dal calvario di un popolo che dopo secoli, vive una sorta di passione senza redenzione.” E J. Marc Ela, scomparso lo scorso dicembre, incalza: ”Per le Chiese d’Africa ritornare sotto l’albero della Croce per riscoprire il Dio della fede, sembra essere la via più sicura, se esse vogliono approfondire il senso del Vangelo. Partire dal punto dove sono arrivate le vecchie Chiese d’Europa, è condannarsi ad un cristianesimo da museo.” Ed è qui dove J. Marc Ela lancia la sua sfida alle Chiese d’Africa, al Sinodo africano, e alle Chiese d’occidente.“Se il fallimento del neo- liberismo a dare la felicità all’umanità non deve essere provata, il genocidio perpetrato dal mercato è ormai la sfida primordiale a ogni riflessione teologica che si costruisce in una solidarietà con i popoli emarginati del mondo. Il teologo tedesco Metz ha scritto: “Non si può fare teologia ignorando Auschwitz”. A partire dall’olocausto africano, possiamo chiederci da che parte sta, in verità la Chiesa.”E la conclusione a cui arriva J.M.Ela, trova oggi eco nell’Instrumentum Laboris .“ La teologia che cerchiamo nelle Chiese d’Africa non può rassegnarsi a un approccio speculativo e a-temporale della fede.Per i cristiani del Sud del mondo, la domanda teologica primordiale non è :”Dio esiste?” Senza un forte impegno, quella domanda apre solo un dibattito teorico.
Il teologo del Sud del mondo, si pone una domanda radicale: “Qual è il nostro Dio?” Questa domanda nasce da un’esperienza di solidarietà con i dannati della terra. Lo scandalo della povertà in un mondo dove non ci sono mai state tante ricchezze, richiede una rottura con ogni discorso che impedisce al cristiano di riscoprire Dio ai margini della storia, a partire da situazioni di ingiustizia e di miseria dove il Vangelo è forza di vita capace di inventare cammini di liberazione. Come contribuire a far uscire l’Africa dallo strangolamento in cui si trova adesso? Questa è la domanda che apre piste feconde per la teologia africana in vista di ridare al Vangelo la sua credibilità e pertinenza”.

Napoli,1/10/’09
Alex Zanotelli

Napoli, 25 Gennaio 2008
Carissimi,
jambo!
perdonate il lungo silenzio. Ma l’anno 2007 è stato talmente denso (la “densità” del presente!) che mi è stato impossibile mettermi a scrivere. Un anno duro come un macigno, bello come una goccia d’acqua illuminata dal sole (come dimenticare i risultati ottenuti dall’impegno per la difesa dell’ l’acqua , sfociati nella legge di iniziativa popolare nonché in una moratoria in Parlamento? ). Un anno di impegno, di speranze e di attesa. (Ho iniziato a scrivere queste righe nel cuore dell’Avvento).
Un’attesa che ha senso perché nasce dalla speranza e non dalla disperazione, dalla fede e non dalla sfiducia, dall’umiltà davanti ai tempi della storia. Un’attesa del genere è Vita in quanto partecipazione gioiosa al miracolo dell’Essere. E questo, nonostante tutta la morte che ci circonda: dai rifiuti alla camorra che ha sferrato nel Rione Sanità il suo ultimo colpo il 12 dicembre, proprio a pochi passi da casa, uccidendo un giovane, Pasquale  che si era sposato una settimana prima. Ferite nella sparatoria anche la moglie incinta ed un’altra donna, pure lei gravida. Ma alla Sanità nessuno ci bada, la vita continua come se nulla fosse avvenuto. Tra il Natale 2005 e 2007 sono oltre tredici le vittime di questa faida tra due clan camorristici .Ma quale Natale è mai il nostro? Ma che significato hanno le nostre celebrazioni liturgiche natalizie?Se non abbiamo il coraggio di urlare, di gridare, di contestare “O Sistema”? Per il Natale di quest’anno, un artigiano di Forcella (quartiere di Napoli) ha allestito un presepe choc. Nella grotta della natività al  posto di Gesù, c’è una cassa da morto vegliata da quattro diversi tipi di revolver,”i ferri del mestiere” usati dai killer negli agguati di camorra. “Se il presepe choc infastidisce qualcuno-ha detto il cardinale Sepe – lo prendo io e lo porto a casa mia”. Non può sbocciare Vita lì dove c’è un tale disprezzo per la vita. Altro che Natale! E’ il  trionfo delle mafie. E non solo a Napoli! Che strappo nella carne quella strage di sei uomini a Duisburg il 14 agosto. E questo pochi giorni dopo che avevo terminato un campo di lavoro nella Locride, il cuore della ‘ndrangheta! E’ il trionfo delle eco-mafie in combutta con il mondo industriale del Nord (per disfarsi a basso costo dei rifiuti tossici!). E con il mondo politico sempre più succubo dei potentati economico-finanziari. Sono questi i responsabili per il disastro dei rifiuti di Napoli e della Campania.
In questi ultimi 15 anni, camorra ed istituzioni hanno giocato insieme nel pentolone degli affari dei rifiuti. Da vent’anni la camorra napoletana ha capito che “a munnezza è ricchezza” ed ha fatto affari con i rifiuti ordinari e soprattutto tossici. Decine di migliaia di Tir sono arrivati da ogni parte di Italia e sono stati sepolti dalla camorra nel triangolo della morte (Nola – Acerra – Marigliano), nelle terre dei fuochi (Giugliano – Qualiano – Cardito) e nelle campagne del Casertano. Ma le pubbliche istituzioni, che hanno affidato la gestione dei rifiuti al Commissario Straordinario, non sono state da meno. In 14 anni gli 8 Commissari Straordinari hanno speso oltre due miliardi di euro per produrre circa 7 milioni di tonnellate di ecoballe che di eco non hanno proprio nulla: sono rifiuti tali e quali, avvolti in plastica, che non si possono né incenerire né seppellire perché finirebbero nelle falde acquifere. Ora le ecoballe sono stoccate in parte fuori Giugliano. Le chiamano le Piramidi: uno spettacolo desolante: una vera discarica a cielo aperto. Ho pianto quando le ho viste la prima volta. La conseguenza di tutto questo è che la Campania ha raggiunto gli stessi livelli per tumore del Nord-Est che però ha fabbriche e lavoro. La Campania senza fabbriche e senza lavoro ha già raggiunto gli stessi livelli tumorali. E questo per i rifiuti, soprattutto tossici che producono diossina, nano-particelle, metalli pesanti che causano poi tumori, malformazioni e tutto il resto.

Quello della Campania non è un disastro ecologico ma un  crimine ecologico, frutto di decisioni politiche che coprono enormi interessi economico -finanziari. Chi ne paga le conseguenze sono i cittadini: è la loro salute ad essere minacciata. Eppure è uno dei diritti fondamentali, oggi totalmente calpestati in Campania.Questo avviene perché tutti noi  abbiamo sposato il mercato ed abbiamo tutti accettato un’unica legge: il profitto.
Il 2007 è stato all’insegna di questa guerra dei rifiuti. In primavera ho iniziato a sostenere la splendida comunità di Serre (Salerno) che voleva impedire al Commissario Bertolaso di sversare otto milioni di tonnellate di rifiuti nella Valle della Masseria, sito del WWF (che spettacolo di lucciole in quella valle!) nel parco del Cilento a ridosso della Valle dei Templi di Paestum. Ho celebrato con la gente vibranti eucaristie che hanno dato loro tanta forza per resistere.Toccanti e significativi i due segni durante le celebrazioni: la terra che ognuno teneva in pugno con la solenne promessa a difenderla e l’unzione con l’olio perché donasse loro forza per resistere al Drago..
Ed infatti la gente di Serre è stata perseverante mantenendo un presidio costante per oltre sei mesi e resistendo alle cariche della polizia. (Quante botte si sono prese!) Dopo mesi di resistenza abbiamo ottenuto una vittoria “amara”: abbiamo salvato Valle della Masseria, ma il Sindaco ha dovuto cedere un’altra splendida località Macchia Soprana dove hanno già riversato 250.000 tonnellate di rifiuti facendo scempio di una terra bellissima. Da Serre … a Lo Uttaro, una discarica di rifiuti tossici alla periferia di Caserta che il commissario Bertolaso aveva deciso di riusarla senza bonificarla. Non è stato facile smuovere la gente di Caserta! Per fortuna siamo stati aiutati da alcuni sacerdoti molto impegnati che hanno avuto l’incoraggiamento del loro grande Vescovo Raffaele Nogaro. Uno dei pochi Vescovi che sono scesi in campo e si sono sporcati le mani. Via crucis, Eucaristie, momenti di preghiera davanti alla discarica per contrastare, nel nome del Signore, la sua apertura. Scontri verbali durissimi con le autorità. Nell’ultimo incontro ho detto: “Voi state uccidendo la vostra gente!” Abbiamo passato molte notti davanti alla discarica per bloccare l’entrata dei camion. Nulla da fare! Il 24 aprile alle tre del mattino sono arrivati centinaia di poliziotti che ci hanno letteralmente trasportato di peso ai margini della strada per iniziare a sversare. Quanta rabbia in corpo! Giorni dopo il vescovo Nogaro con grande coraggio, accompagnato dai tre sacerdoti Sacramentini Giorgio, Pierangelo, Adriano, è entrato quasi con forza nella discarica ed ha gridato: “Dovete portarmi fuori con la forza, sono qui per la mia gente: la salute è in pericolo!” Pochi mesi dopo la magistratura è intervenuta chiudendo la discarica per le stesse ragioni che avevamo espresso a Bertolaso. Raramente nella mia vita ho sperimentato la menzogna eretta a Sistema come in questi frangenti. “Se questo è lo stato di diritto – ho detto al questore di Salerno in una notte infuocata a Serre – non so cosa scegliere fra Stato e camorra!” Un’incredibile esemplificazione di questo è stata per me la vicenda di Acerra dove è in costruzione il più grande inceneritore d’Europa che brucerà 850.000 tonnellate all’anno di rifiuti, che gira intorno a un nome preciso: la Fibe (leggi Impregilo cioè famiglia Romiti nel periodo in cui costui dettava ancora legge alla Fiat). “Se non si denuncia la Fibe non si tocca il cuore del problema. I siti dove costruire gli inceneritori, come quelli dove collocare i cosiddetti CdR e dove stoccare le ecoballe sono stati scelti dalla ditta vincitrice della gara: la Fibe che ha comperato i terreni agricoli più degradati e per questo poco costosi e poi ha messo a carico del Commissario i fitti mostruosi dei terreni dove si accumulavano le ecoballe: terreni acquistati a prezzi stracciati dalla camorra,” così scrive l’economista ambientale Guido Viale. “La Fibe aveva presentato il progetto tecnico peggiore, ma si era aggiudicata l’appalto, cioè  la gestione, in pratica, di tutti i rifiuti della Campania, garantendo di realizzare l’inceneritore in meno di un anno. Oggi la Fibe dopo 10 anni è stata esautorata del suo incarico – e le è stato vietato di occuparsi dei rifiuti per i prossimi anni”. E l’inceneritore non è ancora finito! Un inceneritore che una volta entrato in azione produrrà ancora più diossina e nanoparticelle in quello che è il “triangolo della morte”! Contro questo “Mostro” ci siamo mossi in continuità dalla grande manifestazione popolare del 25 agosto2005 con trentamila persone (finita in un vero e proprio pestaggio da parte della polizia) fino alla manifestazione nazionale dello scorso novembre. Molto bella la contestazione che abbiamo fatto con Beppe Grillo davanti al Mostro. Per fortuna la crisi finanziaria della Fibe ha dettato una sospensione dei lavori. La magistratura è poi intervenuta sequestrando le famose ecoballe di Giugliano da cui la Fibe avrebbe ricavato energia, che rappresentava un pegno per ottenere ulteriori prestiti dalle banche! (E’ proprio vero che il nostro è un sistema finanziario virtuale). Questo è un altro incredibile capitolo dei rifiuti: Giugliano, una grande città (130.000 abitanti) a Nord di Napoli dove sono accatastati almeno tre milioni di tonnellate di ecoballe. Si tratta di una vasta area di 12 km di lunghezza e 4 di larghezza chiamata una volta “Taverna del Re” ed oggi le Piramidi. Ho tentato poi di coinvolgere i parroci di Giugliano aiutandoli a capire la dimensione etica del problema rifiuti ed eco-balle. Dopo una serie di incontri i preti hanno scritto una bella lettera ai fedeli: “Vogliamo ribadire come comunità credente – hanno affermato – il nostro sì alla Vita e un coraggioso no a tutto ciò che la mortifica.” Da qui è nata una grande manifestazione studentesca che ha percorso le vie di Giugliano, una città in mano alla Camorra. Simbolo della marcia, una piramide di ecoballe con in cima il Crocifisso: questa bellissima terra  (la Campania Felix) violentata, crocifissa. Ho marciato anch’io con i preti portando il Bambino Gesù gridando: “Quale Taverna del Re troverà il  Re dei Re?” Sono poi andato con Don Tommaso (bella figura di prete impegnato!) alle Piramidi portando il Bambin Gesù. Un momento natalizio commovente davanti al Drago: è proprio la lotta fra il Bimbo e il Drago. “Il Drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato.”(Apocalisse, 12). Sono ritornato spesso alle Piramidi per incoraggiare il presidio che si opponeva all’ingresso dei camion che portavano le ecoballe. Una sera ho partecipato anch’io ad un’azione di blocco, ma la polizia ci ha scaraventati ai bordi della strada. Molti i feriti, i contusi finiti in ospedale. Che vergogna! Mentre le forze dell’ordine erano schierate a tenere lontani i cittadini impegnati a difendere la salute pubblica, a poche centinaia di metri la Camorra sversava tranquillamente i rifiuti tossici! Finalmente il 31 dicembre, Pansa ha deciso di sospendere lo sversamento dei rifiuti a Taverna del Re, puntando su due altre località amene: Pignataro Maggiore e Carinola, due paesi agricoli del Casertano. La loro reazione è stata immediata e dura: hanno bloccato l’accesso con i trattori, presidiandolo giorno e notte! Sono stato vicino a queste popolazioni con incontri, momenti di preghiera, insieme ai loro preti. Quando nel cuore della notte del 18 dicembre, un migliaio fra poliziotti, carabinieri, soldati, vigili  arrivarono per sfondare, si trovarono davanti oltre duemila persone con in prima fila centinaia di bambini sui passeggini. Hanno dovuto retrocedere. Sono le vie nuove nonviolente per resistere alla violenza di “O Sistema” ..
Ma con tutti i rifiuti per strada, il nuovo commissario Cimmino ha puntato gli occhi su una vecchia discarica a Pianura, una delle periferie più degradate di Napoli. La reazione della gente è stata violenta (avete visto le immagini televisive!). Questo ha portato il governo Prodi ad un altro giro di vite! L’elezione del Supercommissario De Gennaro. (il responsabile del macello  di Genova 2001) dovrà imporre con la forza la “soluzione industriale dei rifiuti”. Questo dopo 14 anni di “sceneggiate” romane e napoletane. Sono stato vicino alla gente di Pianura partecipando alla manifestazione del 9 gennaio, agli incontri promossi dal Comitato a Pianura, alla veglia per le strade di Pianura  con i loro parroci.
Quella di Napoli e Campania è una situazione assurda che abbiamo voluto far presente al nostro vescovo, il Cardinale C. Sepe, che ha accettato di incontrare le anime di questa società civile: i dottori del Pascale (l’ospedale oncologico di Napoli), Comella e Marfella, i geologi come De Medici, i giuristi come Raimondi e Lucarelli, i rappresentanti delle Assise di Palazzo Marigliano come N.Capone e i referenti del Comitato Allarme Rifiuti Tossici come  M. Savarese . “Non pensavo che la situazione – disse alla fine il Cardinale – fosse così grave.” E tutto perché in questi 14 anni, ma soprattutto in questi ultimi tre , non si è voluto (non c’è mai stata volontà politica!) fare la raccolta differenziata porta a porta (si può eliminare così il 70 per cento dei rifiuti,  40% dei quali è l’umido che deve essere trasformato in compost, il resto può essere quasi tutto riciclato!). Se Napoli avesse fatto questo non ci troveremo nelle attuali situazioni. Il rimanente  30% potrebbe essere eliminato con uno stile di vita  più sobrio (basta con l’usa e getta, con la plastica, con gli imballaggi…) Non c’è altra strada!
Questo l’ho imparato a Korogocho ,dove la mia gente che lavorava nella discarica di Nairobi mi ha insegnato a riciclare,a riusare , a rivendere tutto. Sono loro, i poveri ,gli ultimi , i veri profeti! Questa stessa gente di Korogocho l’ultimo giorno, il 17 aprile 2002(prima di ritornare in Italia ) mi ha imposto le mani dicendo: “Dona con forza il tuo Spirito Santo a padre Alex perché torni alla sua tribù bianca e la converta!” Mai mi sarei aspettato di passare dalla discarica di Korogocho (che ha visto in questi giorni drammatici scontri che hanno fatto una ventina di morti!) a un’altra discarica quella di Napoli! Ormai la missione è globale. Ed è una missione di annuncio della buona novella di Gesù, ma di un Gesù incarnato nelle situazioni di sofferenza e oppressione, un Gesù impegnato a lottare contro i “demoni” di allora e di oggi. “Gesù insegnò non una mistica dagli sguardi rivolti altrove, – scrive il Vescovo Pedro Casaldaliga – non una mistica dagli occhi chiusi, bensì una mistica dagli occhi aperti, una mistica dell’Assoluto ,capace di cogliere la sofferenza altrui.” E’ questa la “mistica” di Gesù che mi spinge all’impegno, all’esserci, alla lotta nonviolenta contro gli idoli di morte.
E le celebrazioni Natalizie hanno dato nuova linfa a questa mistica gesuana. La stupenda celebrazione della messa di mezzanotte alla Stazione Centrale di Napoli (è il quarto anno) con i senza-fissa dimora, mi ha riempito di gioia e speranza. L’annuncio della Nascita è stato dato da una donna, che vive da oltre vent’anni alla stazione, portando sulla sua “carrozzina “il Bambino Gesù. Insieme con lei abbiamo fatto il giro della Stazione cantando “Quanno nascette Ninno.” Splendida la condivisione dopo il vangelo di coloro che si impegnano a Napoli per i senza fissa dimora .(Dopo tre anni di pressione, il Comune ha deciso di aprire un centro di coordinamento di tutte le realtà che operano sul territorio a favore dei senza tetto). Poi ognuno ha acceso un lumino che deponeva per terra, per disegnare una stella. “Al vederla provarono una grandissima gioia.” E’ la gioia che viene dall’incontro con quel Gesù di Nazareth, riconosciuto negli anziani abbandonati, negli impoveriti, negli ultimi, nei senza fissa dimora, nei tossicodipendenti. Con questi ultimi che formano la comunità  “ Crescere insieme” di Rosario Fiorenza (Rione Sanità), abbiamo celebrato una toccante  liturgia eucaristica natalizia. All’offertorio ho invitato i ragazzi della comunità attorno all’Altare, pregando tutti i presenti di imporre loro le mani per chiedere il dono dello Spirito nella loro lotta contro il Drago. “Voi sapete di essere drogati – dissi invocando lo Spirito Santo – noi no! Perciò pregate voi lo Spirito per noi, perché ci rendiamo conto di quanto siamo drogati.” E l’esemplificazione più chiara della nostra droga è la ripetizione annuale dell’orgia consumistica del Natale che anche quest’anno è stata devastante. Un consumismo che sta distruggendo i nostri giovani del Rione Sanità rendendoli sempre più tubi digerenti. Ecco perché abbiamo deciso per il terzo anno consecutivo la veglia di Capodanno in una città  come Napoli dove la notte di S. Silvestro è interamente dedicata al consumismo più sfrenato. L’abbiamo voluta come sfida, come notte alternativa per ricordare a tutti che abbiamo poco tempo per salvarci, per salvare il pianeta terra. Tre anni fa un documento dell’ONU il Millenium  Ecosystem Assessment Report firmato da 1200 scienziati ci avvertiva che avevamo una cinquantina d’anni per salvarci. Abbiamo iniziato nel 2005 la veglia con il titolo: “50-1” e quest’anno siamo già a “48-1” Eravamo una cinquantina di persone riunite nella Chiesa dei Domenicani(Cappella universitaria) Pochi, ma l’importante è esserci. Abbiamo iniziato guardando il documentario Una scomoda Verità di Al Gore che ha vinto il Nobel per la Pace lo scorso anno. Un film “shock” che ci obbliga a confrontarci con una crisi ecologica creata dall’uomo che sta minando la sua stessa sopravvivenza La lettura orante della Parola ,ci ha poi aiutato a leggere la realtà a partire da Dio con il Suo sogno per l’umanità.
Un sogno così ben raccontato nei primi undici capitoli della Genesi.Questo creato, così bello e affascinante che esce dalle mani di Dio,è calpestato e abbruttito dall’uomo, quest’ultimo destinato ad essere il suo custode. E’ quanto ci insegna la storia mitica di Noè con la sua Arca. . E in cui ci ritroviamo tutti  “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo.” (Genesi 6,5-6). Anche oggi, come ai tempi di Noè, Dio invita l’umanità a salvare il pianeta terra non dalle acque, ma dalla rapacità dell’uomo.
“La dottrina della creazione, come la saga di Noè, afferma che l’uomo e il creato esistono per volere divino-scrive il moralista M. Northcott  nel suo recente libro A Moral Climate- e che essere creature, e anche sacerdoti del creato, significa una relazione vissuta di interdipendenza con altri esseri umani e con altre specie che fanno la Terra.” Aiutati da questa visione, abbiamo riflettuto lungo la notte in piccoli gruppi, soffermandoci sul disastro di Napoli che è poi solo la punta dell’iceberg di un problema che ci attanaglia tutti nel nord del mondo. Non è un problema solo per Napoli ma per tutti. Napoli esprime l’assurdità di un Sistema che divora i beni della terra e pensa di risolvere tutto incenerendoli. Se infatti l’11% del mondo ricco consumando da solo l’88% delle risorse ha già posto una grave ipoteca ecologica sul pianeta, cosa avverrà quando l’altro 90% del mondo vivrà come viviamo noi? Gli esperti infatti ci dicono che, se a questo mondo tutti vivessero come viviamo noi, avremmo bisogno di quattro pianeti terra come risorse e di altri quattro come discariche ove buttare i nostri rifiuti. Napoli è l’esempio più plateale di quello che potrebbe capitare a tutti se non vogliamo cambiare rotta. Mi sono sembrate così attuali le parole che Paolo scriveva alla piccola e perseguitata comunità  cristiana di Tessalonica nel momento d’oro dell’ Impero Romano: “Quando si dirà: “Pace e sicurezza”, allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie di una donna incinta; e nessun scamperà. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri.”( Tessalonicesi, 5, 3-6)  In quella notte, la notte di Napoli, la notte del 31 dicembre abbiamo aspettato con ansia i primi tremuli segnali di luce ricordando le altre parole di Paolo ai Romani: “Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto…anche noi gemiano interiormente aspettando…”. Alla fine della celebrazione dell’Eucaristia abbiamo salutato il sole del nuovo anno, uscendo per le strade di Napoli e portando, nel cuore le parole di Pedro Casaldaliga che avevamo ascoltato nella notte: “Occorre sognare camminando. Vogliamo e dobbiamo essere politici, fare politica. Una politica di fratelli e sorelle. Un culto quotidiano all’umanità, il miglior culto al Dio vivo. Il martire San Romero d’America ci aveva detto: “Essere a favore della vita o della morte. Ogni giorno vedo con più chiarezza che è questa l’opzione da seguire. In ciò non esiste neutralità possibile. O serviamo la vita o siamo complici della morte di molti esseri umani. Qui si rivela qual è la nostra fede: o crediamo nel Dio della Vita o usiamo il nome di Dio servendo i carnefici di morte.” E’ questo l’impegno che ci attende a Napoli come a Korogocho, colpita dai recenti scontri etnici che stanno devastando quel bel paese che è il Kenya. Di fronte a queste tragiche situazioni, ci aiutano le parole del Salmo 74, che spesso prego:
“…traboccata da luoghi di tenebra
la violenza ha invaso la terra.
Non lasciare in pasto alle belve
la tua dolce colomba, Signore:
mai scordarti dei poveri tuoi.”

Alex Zanotelli

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