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SANTA PASQUA 2012

By admin | marzo 31, 2012

Kisangani, Santa Pasqua 2012

Carissimi,
venerdì 16 marzo: l’aereo promesso non si è presentato all’aeroporto di Bondo come eravamo d’accordo!
Biglietto acquistato da tempo, pratiche burocratiche svolte e tasse pagate a dovere. Invece dell’aereo di linea è arrivato improvvisamente un piccolo aereo della Croce Rossa. Con le mie valigie ancora cariche sulla moto e sulla bici ci siamo avvicinati al pilota, un giovane volontario francese che controllava le operazioni di sbarco. Gli ho chiesto un passaggio fino a Kisangani. “Impossibile – mi ha risposto – prendiamo solo feriti di guerra”! “Davvero?” – La porta spalancata dell’aereo lasciava intravvedere varie carcasse di moto e di bici (sicuramente vittime di guerra!). Ho cercato di spiegare che i miei amici in Italia sono preoccupati per il ritardo e non posso fallire l’incontro con i miei  Superiori in Congo, previsto a Kisangani per il 20 marzo… – Niente da fare!
Ecco allora che mi ritrovo a casa per alcuni giorni e approfitto per scrivere la lettera di Pasqua.

Missione compiuta
Sì! Posso proprio scriverlo con serenità. Tre anni e mezzo passati a Bondo, nel cuore del Congo, sono una missione davvero impegnativa. Clima pesante, contesto sociale e culturale ancora squassato da  ferite profonde che hanno segnato la vita della Società e della Chiesa. Problemi e sfide pastorali a non finire. E i settanta sono passati da un pezzo.
Provo a riassumere in poche parole la missione che ho vissuto in questi anni, e che vi ho descritto a sprazzi nelle lettere di “Pane Spezzato”. Durante le mie vacanze, potremo parlarne a lungo.

   Presenza:
Attualmente siamo l’unico Istituto Missionario Internazionale presente nella Diocesi. Già arrivare a Bondo è un problema. Molti Istituti Missionari hanno paura a venire a Bondo proprio a causa di questo isolamento geografico, che ha una dimensione rischiosa non da poco. Ricordo che io stesso, nel lontano ottobre del 2008, da Kinshasa a Bondo impiegai ben diciotto giorni prima di arrivare a destinazione.
La nostra presenza però dà coraggio alla gente, alla Chiesa locale, alle varie Istituzioni e anche alle autorità civili. Tutti gli aspetti della vita sociale prima o poi richiedono una nostra partecipazione attiva: dalle Scuole, all’Amministrazione pubblica, alla Radio, al Centro “della Speranza“ (Elikya) dove sono accolte le persone più fragili.

Ascolto e accoglienza:
Ho cercato di ascoltare tutti e senza distinzione. Ma in particolare le persone alle prese con difficoltà di ogni genere: disgrazie familiari, salute rovinata, problemi creati da figli scapestrati.
A volte, su alcune famiglie il carico di miseria e di dolore era talmente pesante da farmi gridare al Signore: “Ma non ti pare di esagerare?”. Ma Lui, naturalmente, non mi rispondeva. Aveva già risposto da tempo.
Quante volte mi sono riletto il capitolo 53 del Profeta Isaia, la terribile esperienza del “Servo del Signore” che si prende sulle spalle il dolore e il peccato dell’Umanità. In attesa della Pasqua rileggetelo anche voi. È un testo che fa venire i brividi.
Dopo l’esperienza di Korogocho, mi sembrava di essere abbastanza preparato ad accostare il mondo dei poveri. Poveri veri e poveri falsi; gente rovinata dall’alcool o da una condotta sregolata; poveri maliziosi e pieni di astuzie (altrimenti come potrebbero sopravvivere così a lungo?). A Bondo ho scoperto la povertà quotidiana, tipica di una società dove l’agricoltura, con tutti i suoi limiti, è l’unico mezzo di sussistenza e i salari sono ancora a livello troppo basso. Ho dovuto confrontarmi con la povertà dignitosa dei Maestri e quella delle mamme abbandonate dal marito e con un grappolo di figli da mantenere. Oppure l’angoscia di chi, operato d’urgenza all’Ospedale, rimane poi bloccato finché non paga la fattura; o la tristezza di tanti ragazzi espulsi dalla scuola per non aver pagato le dovute tasse. Così ho inventato le famose “Borse di lavoro”; per cercare di offrire un’alternativa dignitosa a chiunque fosse costretto a chiedere un aiuto straordinario. E voi avete risposto con grande generosità.

 Fragilità culturale
Le tradizioni antiche si stanno sbriciolando: i giovani si stanno liberando in parte dalle paure ancestrali; la radio è ormai accessibile a molti e Internet comincia a offrire notizie e informazioni straordinarie, nuovi stili di vita. Alcuni riescono a viaggiare e studiare nelle città vicine: Buta, Kisangani, Yakoma. … Centinaia di trasportatori in bicicletta, i famosi “tolekisti” portano ai mercati di Bondo e dintorni i prodotti di una civiltà del benessere che riesce a fare sognare soprattutto studenti e adolescenti.
I capi tradizionali, i genitori, il famoso clan africano, (praticamente la famiglia allargata) non hanno più il prestigio e l’autorità di un tempo. Troppe ragazze rimangono incinte durante le scuole medie, fanno crescere il bimbo per un anno e poi lo scaricano sulle mamme per riprendere la scuola. Un numero grande di giovani abbandona i libri e la casa per tentare la fortuna nelle miniere d’oro. Si sta allargando un fossato pericoloso tra le generazioni.

 Ma anche vivacità e festa
In un contesto così complesso, dove annunciare il Vangelo diventa una sfida sempre più difficile, ho vissuto anche preziosi momenti di vita e di impegno con alcuni gruppi di persone particolarmente aperte: i Maestri e i Catechisti. Momenti intensi di amicizia e di festa con la Comunità di Limbasa, che ho accompagnato in questi tre anni. Si tratta di una realtà di poche centinaia di famiglie cristiane raggruppate attorno ad una Cappella destinata a diventare Parrocchia. Con loro ho camminato da amico, da fratello maggiore, e da Padre. Ho celebrato la vita e la morte; la fatica del lavoro dei campi  e la gioia dei primi frutti. L’offerta al Signore dei bambini neonati; le danze scatenate dei ragazzi e i canti di una liturgia che riempie il cuore di festa. Quando una celebrazione eucaristica (quella che noi impropriamente chiamiamo “Messa”) dura oltre 4 ore in un susseguirsi gioioso di preghiere, di canti e di danze, vi assicuro che tutta la Comunità torna a casa rafforzata nella sua fede e nelle sue relazioni interne. I piccoli respirano questa serenità. E lentamente la Comunità cresce e si rafforza.

L’Africa salverà l’africa!
Con questo slogan mio padre S.Daniele Comboni ha affrontato le Corti Europee, per tentare di avere un aiuto nelle sue imprese africane. Ma ben altre erano le idee dei potenti di allora: era il tempo dell’assalto all’Africa, della spartizione fra le grandi potenze delle sue terre sconfinate, delle sue ricchezze minerarie, delle sue foreste, dei suoi fiumi maestosi. L’Europa aveva bisogno di materie prime di ogni genere per il suo sviluppo industriale; ogni governo inviava squadre di esploratori, geografi, antropologi, ingegneri di ogni specialità alla ricerca di tesori sconosciuti e a stabilire alleanze con i capi locali. Nel tempo più veloce possibile. Un’autentica corsa per arrivare prima degli altri.
Comboni, come tanti altri missionari suoi amici, avevano ben altri progetti. Avevano a cuore il Vangelo, l’Africano, la gente, vittima inconsapevole di questo diabolico assalto.
La Storia ci conferma che quei giochi politici sono stati elaborati e sanzionati dalla famigerata spartizione dell’Africa (Berlino 1885) cui è seguita la lunga, dolorosa fase coloniale, praticamente chiusa negli anni 1960 con le lotte di indipendenza.
Ma l’Indipendenza non ha portato salvezza all’Africa.
Altre schiavitù sono sopravvenute, altre dipendenze più subdole, altre sofferenze.
Tuttavia il sogno di Comboni ha coinvolto migliaia di donne e uomini innamorati dell’Africa, e continua a restare vivo come il fuoco delle savane africane che prepara la nuova stagione.
La  sfida per accompagnare l’Africa in questo infinito cammino di liberazione si fa sempre più difficile per chiunque voglia metterci mano.
Comboni parlava di “rigenerazione” dell’Africa. Un termine tipicamente pasquale, che implica mentalità nuova, cuore nuovo, vita nuova. Un termine carico di forza per noi missionari. Ogni giorno dobbiamo riprendere con umiltà e tenacia questo sogno e questa sfida; credere che l’Africa può crescere e rigenerarsi, superando le mille difficoltà in cui è immersa.
Di rigenerazione e di rinascita l’Africa ha un bisogno estremo.

Prendiamo ad esempio il nostro Congo, per la precisione la Repubblica Democratica del Congo.
È un paese scandalosamente ricco in ogni senso: dalle foreste immense, ai minerali più preziosi: oro e diamanti, rame, uranio, zinco. Oltre a cassiterite e coltan (necessari per industrie speciali: nei settori dell’aeronautica, computer e telefonini). Con il vantaggio enorme di essere attraversato dall’Equatore, si gode doppia stagione delle piogge, e non corre il rischio della siccità. Con l’enorme Centrale elettrica di Inga, che funziona ancora solo in parte, potrebbe dare energia a mezza Africa.
Un Paese ricchissimo e una popolazione povera.

Ma il sogno rimane qui. Per questo siamo venuti.
Uno scandalo inaccettabile che purtroppo dura da decenni.
Dall’indipendenza in poi, progressivamente il paese è scivolato nella miseria; e la sua ricchezza sparisce nelle tasche dai pescicani locali e dai loro amici stranieri.
La nostra Zona di Bondo in particolare.
Qui lo Stato non esiste. Manca una amministrazione pubblica che curi il bene comune. Mancano politici sensibili alla sofferenza della gente. Servizi pubblici fondamentali come l’Insegnamento, la salute, la comunicazione, le strade sono ancora  semplici aspirazioni. Purtroppo la legge per la sopravvivenza rimane il principio fondamentale che guida le scelte quotidiane per assicurarsi il necessario. Ma a sopravvivere saranno sempre i più forti, i più furbi, i più smaliziati.
È comprensibile che la gente si rivolga alla Chiesa per risolvere i mille problemi quotidiani. Ma è anche assurdo e pericoloso. Corriamo il rischio di diventare la soluzione alternativa ad uno stato vergognosamente assente.
Allora addio Rigenerazione. Addio Esodo di libertà come sentiremo gridare nella notte di Pasqua!
Se l’Africa, invece di ribellarsi e impegnarsi fortemente per eliminare la sua miseria si rifugia nell’autocommiserazione, e si limita a lamentarsi o a chiedere aiuti esterni, addio sviluppo e autopromozione di cui si fa tanto parlare.
Avrà bisogno di amici sinceri. Ma se lei ce la metterà tutta, questi non mancheranno di certo.

BUONA PASQUA!

Ho appena terminato queste note e la perfida malaria mi ha teso l’ultimo agguato – Sono proprio ko!
Pensavo proprio di arrivare in Italia il martedì prossimo e celebrare con voi. Ma non ce la faccio.
Impegnamoci seriamente, davvero, per accogliere il Cristo “Risorto”. Allora sì sarà Festa e sarà Pasqua.
Vi anticipo un abbraccio e un grazie potente.
Vostro p. Gianni

Topics: Diario di Missione, Lettere Pasqua | 2 Comments »

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